Governo, Arturo Parisi: non è un governo di sinistra, ma è destinato a durare

di di Alessandra Ricciardi 11/09/2019 12:47

Governo, Arturo Parisi: non è un governo di sinistra, ma è destinato a durare

Un governo destinato a durare, il Conte bis, il più a lungo possibile, «salvo interni dissidi non componibili con la nascita di nuovi governi sempre attorno al duo Pd-5S». Così Arturo Parisi, ex ministro con Romano Prodi, fondatore dell'Ulivo. Un governo che ha tra i suoi pilastri la riforma elettorale di stampo proporzionale. E con amarezza Parisi, fiero sostenitore del maggioritario, dice: «Quello che non si è capito è soltanto se il ritorno ad un proporzionale pieno sia il fine o il mezzo....una scusa per tornare al bel tempo antico quando nessuno vinceva e nessuno perdeva oppure serva nient'altro che a blindare la legislatura».

Domanda. Pd e M5S hanno inaugurato il nuovo governo, il Conte-bis. È un governo di sinistra?

Risposta. Sinistra? Con alla guida uno statista come il «BisConte» e come partito di maggioranza i 5S che si considerano post ideologici al di là di ogni destra e sinistra, e per di più confermati nella loro pretesa di centralità che rende reversibile ogni alleanza. Ieri la Lega, oggi il Pd. Domani chissà?

D. Per lei dunque non si tratta di un matrimonio che può durare?

R. Diciamo che trasformare in quella stabile unione che, pensando alle prossime elezioni regionali, di ora in ora viene auspicata in modo crescente, non è cosa da poco. Anche se, come si è visto, possono capitare molte più cose di quelle che io stesso mi sarei immaginato, subentrare nel posto del partner fedifrago mentre il letto è ancora caldo non è il miglior modo per dare vita ad una unione duratura.

D. Eppure c'è chi come Massimo D'Alema sottolinea l'opportunità, nell'alleanza con il Movimento, di riprendersi la base di sinistra. Operazione elettorale o altro?

R. Elettorale? L'incontro che D'Alema, più che ipotizzare, predica è uno stabile incontro politico, il ritrovarsi di un popolo che a suo dire è stato diviso. Ma ho idea che tornati alla casa paterna i grillini da lui immaginati fuggirebbero a gambe levate se sulla porta leggessero i nomi psssati. Un caso classico di profezia che si autonega.

D. Ma qual è il collante del governo Pd-M5s? L'ortodossia euro-atlantica o l'antisalvinismo?

R. La necessità di proteggere l'ordine euro-atlantico è senza dubbio la vera causa oggettiva che ha spinto e costretto ad un accordo contro l'attentatore di turno. Minaccia per il presente e monito per il futuro.

Un'altra cosa sono i motivi soggettivi che hanno guidato e guidano i due partners. Vera per il Pd e per Conte l'ortodossia euro-atlantica è per i 5S ancora tutta da dimostrare. Se è vero che la piattaforma Rousseau è lo strumento attraverso il quale il Movimento sceglie o sancisce le scelte fondamentali non riesco a ricordare che il voto per Ursula, evocato come il fondamento primo del rovesciamento delle alleanze, sia stato considerato così importante da scomodare con un voto la base. Lo stesso dicasi per gli argomenti spesi da Luigi Di Maio e dalla dirigenza a monte e a valle del nuovo accordo.

D. Come spiega l'endorsement di Romano Prodi a favore dell'accordo Pd- M5S?

R. A dire il vero, Prodi è stato a favore del confronto fino dallo scorso anno. Guidato dall'idea che al di là delle differenze l'incontro tra le due formazioni potesse rianimare in extremis il bipolarismo morente, in alternativa al centrodestra.

Grazie ad Orsola e a Salvini, quello che l'anno scorso era stato impossibile quest'anno è sembrato d'un tratto una scelta obbligata.

D. Perché è importante il ritorno al bipolarismo centrodestra-centrosinistra?

R. Senza un governo fondato sulla scelta dei cittadini tra proposte avanzate prima del voto non c'è governo capace di reggere le sfide dell'ora. Senza il confronto tra proposte riconoscibili nella qualità programmatica e nella quantità ambedue potenzialmente capaci di un consenso maggioritario ogni scelta è una delega in bianco. Ma ho idea che tutto questo ormai appartenga al passato.

D. Pensa al fatto che Pd, M5S e LeU abbiano avviato la discussione sulla riforma elettorale e che l'obiettivo è il proporzionale?

R. Ci sono dubbi? Quello che non si è capito è soltanto se il ritorno a un proporzionale pieno sia il fine o il mezzo. Se il riequilibrio del taglio dei parlamentari condiviso di corsa sia soltanto una scusa per approdare finalmente al bel tempo antico quando nessuno vinceva e nessuno perdeva e tutti continuavano eternamente a giocare e rigiocare ad ogni cambio di governo la propria porzione. O se questo blablare di coalizione costituente serva nient'altro che a blindare la legislatura e durare il più a lungo possibile.

D. Secondo lei il governo Conte-bis durerà fino a fine legislatura o comunque sono all'elezione del capo dello stato?

R. Ho detto il più a lungo possibile. Trainato, come ora, dal desiderio dei singoli parlamentari, per di più minacciati dal taglio dei posti appena approvato. Costretto dalla linea di aggressione all'ordine euro-atlantico che Salvini, sembrerebbe intenzionato ad accrescere. Salvo interni dissidi non componibili con la nascita di nuovi governi inevitabilmente costruiti attorno al duo Pd-5S. Come al bel tempo della stabile instabilità governativa costruita a partire dalla «conventio ad excludendum» del Pci.

D. Ultima domanda professore: che consiglio darebbe ai naviganti del Pd?

R. Per consigliare dovrei prima capire se il Pd che ho di fronte è quel partito nuovo che abbiamo immaginato nel solco dell'Ulivo e della democrazia governante. Se invece, non è altro che un ritorno al passato più o meno integrato da nuovi innesti, guidato dall'idea di rappresentare la sua residua porzione di popolo, giocando al meglio la corrispondente porzione di deleghe, cosa vuole consigli? Il mio tempo è finito. Penso che l'attuale dirigenza sappia badare bene a se stessa. Per il resto mi affido alla provvidenza. Scelga ognuno se a quella con la p minuscola, o se sia il caso di distrarre quella con la p maiuscola dalle sofferenze della umanità che soffre senza portarne alcuna colpa.

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