Brexit, il parlamento chiude e lo speaker si dimette

di redazione Roma 10/09/2019 11:10

Brexit, il parlamento chiude e lo speaker si dimette

Il parlamento britannico ha chiuso per cinque settimane, in seguito alla contestata decisione del governo Tory di Boris Johnson di rinviare il dibattito a dopo il 31 ottobre, in modo che la Brexit possa avvenire con o senza accordo con l'Ue. Una scelta che ha indotto lo lo speaker della camera dei Comuni, John Bercow, ad annunciare le sue dimissioni in aula, in polemica con il primo ministro. La sospensione dell'attività del parlamento, voluta da Johnson e concessa dalla regina Elisabetta II, che non avrebbe potuto agire diversamente, ha lasciato irrisolte sia la questione di un ulteriore rinvio di tre mesi della Brexit sia quella della convocazione di nuove elezioni anticipate, dopo che è stata respinta con un voto notturno per la seconda volta la mozione presentata da Johnson per cercare di ottenere la convocazione delle urne il 15 ottobre: un obiettivo rinviato ormai almeno a novembre, come il premier ammette, non senza reagire alla trappola in cui rischia di ritrovarsi accusando gli oppositori di volersi sottrarre al giudizio "del popolo sovrano" per "paura" di perdere, ma di non potere sfuggire a lungo alla resa dei conti. E ribadendo a questo punto l'impegno a cercare un nuovo accordo di divorzio con Bruxelles entro il Consiglio Europeo del mese prossimo, ma senza alcuna disponibilità a cercare alcuna proroga oltre il 31 ottobte. L'addio di Bercow, battitore libero proveniente dai banchi conservatori e divenuto noto in questi mesi di dibattiti per i richiami alle regole al grido "order, ordeeeer!",  ha avuto toni polemici e momenti molto emotivi. Lo  speaker, sull'orlo delle lacrime, nel suo discorso si  è rivolto alla moglie Sally e ai familiari presenti in galleria ed è stato accompagnato dalle standing ovation delle opposizioni e da tutti i contestatori di Johnson, in contrasto con i volti scuri di buona parte dei rappresentanti del governo. Bercow ha rivendicato di essere stato il difensore dei diritti dell'aula e dei backbenchers, i deputati semplici delle retrovie, non senza ricordare i 10 anni da speaker come "l'onore e il privilegio più grande". Bercow ha quindi sostenuto di non volere in alcun modo favorire il fronte anti Brexit, e ha aggiunto di avere sempre e solo protetto il ruolo della Camera: "I parlamentari non sono delegati, ma rappresentanti del popolo. Degradare il parlamento è un pericolo", ha ammonito. Parole salutate dal leader laburista Jeremy Corbyn (che lo ha esaltato come "uno speaker superbo e riformatore" e lo ha ringraziato per aver reso "più forti il parlamento e la democrazia"), da una sfilata di esponenti d'opposizione e da Tory ed ex Tory ostili a Johnson. Oltre che dall'omaggio più manierato, per quanto cavalleresco, del ministro Michael Gove a nome dell'esecutivo; e dalla frecciata velenosa via Twitter di almeno un avversario a viso aperto, l'euroscettico Nigel Farage ("bene che ce ne liberiamo"). Le dimissioni, ha spiegato il presidente ormai uscente dell'assemblea, diverranno esecutive non appena la camera darà il suo ok al voto anticipato. E comunque al più tardi il 31 ottobre, alla scadenza del giorno X sulla Brexit. Una scelta di tempo che taglia fuori il gabinetto, al momento privo di maggioranza, sull'elezione immediata d'un successore. Ma anche una mossa che evidenzia il clima di scontro e la pressione crescente su Johnson, bloccato nella corsa verso le urne dal muro delle opposizioni. Reduce da Dublino, dove ieri ha incontrato il collega Leo Varadkar sullo spinoso dossier della garanzia del backstop a tutela del confine aperto irlandese e degli accordi di pace del Venerdì Santo, il premier ha abbassato del resto un po' i toni della retorica su un accordo di divorzio con Bruxelles definito ancora possibile. E tuttavia ripetendo come la data del 31 ottobre resti per lui invalicabile, a dispetto dell'entrata in vigore definitiva, col Royal Assent della regina, della legge anti-no deal approvata per obbligarlo a quel rinvio che egli continua a escludere. Ma che non è chiaro come possa adesso aggirare, cavilli a parte, se non dimettendosi. O rischiando un impeachment e di essere trascinato in tribunale.