Dissidenti Pd e di Forza Italia

di di Franco Bechis Il Tempo 13/08/2019 07:00

Dissidenti Pd e di Forza Italia

C'è un argomento che sembra propagandistico, ma che è in realtà il centro intorno a cui ruota la crisi politica appena scoppiata: il taglio dei parlamentari. Se Salvini non avesse deciso si rompere, in calendario per il 9 settembre prossimo ci sarebbe stato il voto finale sulla riforma costituzionale che avrebbe tagliato 230 deputati e 115 senatori. Quella riforma però è passata nelle tre votazioni fin qui effettuate a colpi di maggioranza e quindi se anche il voto finale fosse stato dello stesso tipo, prima di entrare in vigore avrebbe dovuto aspettare per 90 giorni che qualcuno ne chiedesse il referendum confermativo. Sulla carta bastano le firme di 100 peones, e figurarsi se non si sarebbero trovate in un Parlamento che così si sarebbe allungato la vita.

Qualche settimana fa il presidente della Repubblica ha fatto sapere che se il parlamento avesse votato quella riforma, il governo di Giuseppe Conte avrebbe dovuto garantirne l'attuazione prima di chiudere questa legislatura. È stato il segnale che ha fatto scattare Salvini: con quelle condizioni, il governo in carica avrebbe dovuto restare in piedi almeno fino al maggio-giugno 2020, un tempo abbastanza lungo (con la problematica legge di bilancio in mezzo) da tarpare le ali della Lega. Una trappola, che per altro avrebbe rianimato il M5s certo di non potere essere ricattato sul voto dall'alleato e che sicuramente avrebbe dato loro la libertà di molti no all'alleato di governo.

Preso coraggio a due mani (i rischi erano comunque tanti), Salvini ha contattato il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, che gli ha garantito in caso di crisi il percorso sicuro verso lo scioglimento delle Camere e nuove elezioni. Zingaretti infatti avrebbe il suo vantaggio da un bagno elettorale: magari con qualche punticino in più ingrosserebbe le truppe parlamentari, ma soprattutto le rinnoverebbe visto che quelle attuali se non proprio a lui fedelissime, sono certo state scelte da Matteo Renzi.

Presa la decisione, bisognava motivarla. E l'occasione era lì a portata di mano: la mozione del M5s contro la Tav. Salvini, prima di quel voto, ha chiesto a Zingaretti e a Silvio Berlusconi di fare uscire dall'aula i propri senatori, così il quorum sarebbe sceso e sarebbe passata la mozione grillina con la sola Lega che votava contro dandogli la possibilità di motivare la crisi di governo. I due gli hanno detto sì, ma, in un caso e nell'altro, i gruppi dei senatori Pd e Forza Italia si sono ribellati ai loro leader restando in aula e votando i loro sì e no alle mozioni. La prospettiva di una crisi che non solo tagliava la legislatura ma che a gran parte di loro avrebbe tolto ogni possibilità di tornare in parlamento ha fatto trovare a quei gruppi il coraggio della disobbedienza: «Perché mai caro leader mi devo suicidare per te o per Salvini?».

Pur non essendo andata come preventivato, il leader della Lega ha aperto lo stesso la crisi con motivazioni più fumose e un tantino confuse. Lo ha fatto perché quel gesto di ribellione del suo gruppo parlamentare aveva rafforzato anche in Zingaretti la necessità di rinnovare i propri esponenti in Parlamento anche per avere in mano un partito di cui in questo momento è segretario quasi fantoccio. Ma Lega e Pd insieme non sono la maggioranza del parlamento, e l'operazione ormai avviata, qualche rischio non minimo ha. Perché a quei gruppi ribelli potrebbe frullare ora in testa un'altra idea che sposti un po' più in là nel tempo la loro defenestrazione dalla vita politica: dare la fiducia a un governo Conte bis.

E darla contro le indicazioni dei propri leader perfino con un motivo nobile: votare la riforma che taglia i parlamentari insieme al M5s. Certo proprio questi due gruppi (Pd e Forza Italia) avevano fin qui votato contro. Ma quella riforma che veniva prima vista come spauracchio ora ha il sapore dolce di un prolungamento di questa legislatura e quindi di uno scudo alle loro poltrone. La tentazione è forte, e il coraggio mano mano sta aumentando. Forse per i parlamentari di Forza nemmeno troppo in dissenso con il loro leader, che per dare una mano a Salvini vorrebbe la certezza di una alleanza pre-elettorale che il leader della Lega non vuole dare.

E i grillini? Certo non sarebbe il massimo per loro il ribaltone e un governo con Renzi e Berlusconi, ma in fondo a caval donato non si guarda in bocca e tanti problemi anche per loro verrebbero risolti potendo sventolare quella riforma- bandiera sul taglio dei parlamentari. La partita dunque è apertissima, e Salvini che ha avuto coraggio nel fare la prima mossa, ora affronterà rischi pesantissimi. Ma la politica è fatta di questo e proprio non si può evitare.

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